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8 of 8 people found the following review helpful:
5.0 out of 5 stars
IL ROMANZO PERFETTO,
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This review is from: Una Storia Semplice (Piccola Biblioteca Adelphi No. 238) (Italian Edition) (Paperback)
Qual è la differenza tra un romanzo e un racconto? Dovessimo fa riferimento alle pagine, "Una storia semplice" - solo 58 e di piccolo formato - non ce la farebbe ad essere un romanzo; ma se conta piuttosto la complessità dell'impianto narrativo, la tipologia delle tematiche che accompagnano la narrazione, la varietà dei personaggi, "Una storia semplice" è sicuramente un romanzo, forse il romanzo perfetto, per il rapporto tra quello che offre - sia in quantità sia in qualità - e lo spazio/tempo che impegna. Se e' vero infatti che la lettura di un romanzo accompagna il lettore per un ragionevole tempo, nel quale la conoscenza del testo è sottoposta a maturazione ed appropriazione, questo avviene ugualmente per il libro in questione, sia perché chi lo ha letto più e più volte lo rilegge, sia perché la ricchezza degli stimoli è tale che il libro viene immancabilmente elaborato dopo la velocissima lettura. Quasi come un paesaggio che ammiriamo con emozione da un treno in corsa e poi ci piace ricostruire nei particolari e nel senso profondo. Nel 1989 Sciascia, già autore di una serie di bellissimi romanzi ambientati in una Sicilia assolutamente reale e forse proprio per questo mai completamente comprensibile (da "Il giorno della civetta" al "Porte aperte"), pubblica questa storia tutt'altro che semplice: si pensi, ad es., che mai viene nominata la parola "droga", il cui traffico costituisce il vero sfondo della vicenda. Molta amarezza nei tratti che caratterizzano le istituzioni: più si sale nella scala gerarchica (brigadiere, commissario, questore, procuratore della Repubblica...) più aumentano arroganza e incompetenza e più si attenua la spinta morale di chi dovrebbe servire la collettività (quando addirittura non è sostituita da scopi criminali); il rapporto con il semplice cittadino (l'"autista della Volvo") è stravolto, la collaborazione onesta con la giustizia assolutamente mal ripagata (con il tristissimo esito finale); chi riveste i ruoli rassicuranti della società "perbene" si dedica all'assassinio e a fabbricare morte. In questa desolante deriva della morale collettiva, si salvano solo coloro che non pretendono di essere i "giusti", ma aspirano alla conoscenza (l'umile brigadiere che insegue inutilmente una laurea e il vecchio professore); solo costoro, deboli tra i forti, mossi dal desiderio di comprendere, per ciò stesso cercano la giustizia. Ma questo, appunto, non basterà a ridare fiducia. La più bella scena del libro è quella in cui il professore incontra, dopo decenni il suo vecchio allievo divenuto magistrato (uomo di terrificante stupidità); questi rammenta al professore i voti scadenti sistematicamente ricevuti nei temi di italiano, e sottolinea come - nonostante la debolezza nella lingua - abbia raggiunto un'elevata posizione. Il professore gli risponde "l'italiano non è l'italiano, è il ragionare" e poi lo fredda: "con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto".
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